Lo scoiattolo Nutkin

Ispirata dagli incontri con gli scoiattoli di cui parlavo nel post precedente, una volta a casa, ho tirato fuori un libro a cui sono particolarmente affezionata: The Complete Tales of Beatrix Potter (per la recensione del libro in italiano rimando a quella di una cara amica qui: http://acasaconlamamma.wordpress.com/2012/03/30/il-mondo-di-beatrix-potter)

In questa Collezione c’è una storia che riguarda proprio uno scoiattolo: The Tale of Squirrel Nutkin.
A Bambino la storia è piaciuta tanto e si è addormentato sognando i suoi amici londinesi dalla lunga coda…
Così come The Tale of Peter Rabbit, (forse la più nota favola di Beatrix Potter) anche The Tale of Squirrel Nutkin vide la luce in forma di picture letter, questa volta mandata il 25 settembre 1901 a Norah Moore, (sorella di Noel Moore a cui fu inviata la picture letter che conteneva la storia di Peter) , alla quale poi la storia fu dedicata.
I protagonisti sono uno scoiattolo di nome Nutkin, un gruppo di suoi cugini, tra cui l’operoso Twinkleberry e un gufo di nome Old Brown.
L’incipit della storia è fortemente prolettico: “This is a Tale about a tail— a tail that belonged to a little red squirrel, and his name was Nutkin”: l’anticipazione dei fatti viene lasciata ad una sola frase, incentrata su di una sineddoche, che risulta anche essere un gioco di parole basato sulla assonanza dei due termini “tale” e “tail”.
Il setting di The Tale of Squirrel Nutkin ha riferimenti geografici molto dettagliati ed è quindi possibile affermare con certezza che si riferiscono alla cittadina di Keswick, in Cumbria nel cuore del Lake District, vicino alla quale Beatrix Potter aveva soggiornato nel settembre del 1901. Il lago a cui si fa riferimento è il Derwentwater e l’isola, che verrà poi nominata come “Owl Island”, è St. Herbert Is¬land che si trova proprio in mezzo al lago.
Anche in questa favola, come in tutta l’opera di Beatrix Potter, il punto di forza (oltre alle illustrazioni, qui estremamente poetiche) è l’uso del linguaggio.
Il continuo alternarsi di diversi stili e registri serve all’autrice come espediente, per creare nel lettore determinate aspettative che rendono la storia interessante dall’inizio alla fine, anche là dove la trama ad un certo punto potrebbe risentire della ripetitività.
Innanzi tutto, attraverso i dialoghi viene nettamente distinto il carattere dei due scoiattoli protagonisti (Nutkin e Twinkleberry), e il loro modo di riferirsi a Old Brown rispecchia questa differenza. Twinkleberry è quello che ogni giorno si mette a capo del gruppo di scoiattoli che si occupa di portare il tributo al gufo e ne diventa il portavoce. Il tipo di registro da lui usato per parlare al gufo padrone dell’isola è estremamente formale e sta ad indicare la particolare riverenza che Twinkleberry mostra nei suoi confronti, poiché sa che dalla sua benevolenza dipende la sua vita e quella dei compagni.
Diametralmente opposti sono il linguaggio e il comportamento di Nutkin. Più Twinkleberry e gli altri si sforzano di essere gentili col gufo, più Nutkin si fa impertinente nei suoi confronti, disturbandolo rivolgendosi a lui in modo estremamente confidenziale e inopportuno, provocandolo in modo canzonatorio con il suo continuo proporgli indovinelli.
La struttura di questa storia è piuttosto particolare rispetto alle altre della collezione: l’intreccio sembra fare da cornice agli indovinelli, che sono il punto focale di tutto il racconto. Gli indovinelli proposti nella storia infatti, sono otto, scelti tra i più noti della tradizione inglese. Il testo della favola venne adattato, in modo tale da poter fornire la risposta ai lettori, giudicati dall’autrice meno scaltri della piccola Norah Moore, in quanto nella picture letter originale non furono date tutte le soluzioni.
La tradizione inglese degli indovinelli è molto antica e una delle prime raccolte si trova in un manoscritto conosciuto come The Exeter Book (X secolo. Questa collezione è sprovvista di soluzioni e alcuni degli indovinelli sono ancora oggi un rompicapo per gli studiosi). Nel XVII secolo cominciarono ad apparire collezioni di indovinelli più semplici, forniti di soluzioni, che vennero indirizzate soprattutto ai bambini.
Lo scoiattolo della nostra storia usa l’indovinello per far passare il gufo per sciocco, interpretando ogni volta il suo atteggiamento come una reazione all’incapacità di dare la soluzione.
Lo scopo del gioco di porre indovinelli, in fondo, è proprio questo: uno fa fare all’altro la figura dello sciocco, nel caso in cui questi non sia in grado di risolvere l’indovinello o nel caso in cui l’indovinello stesso venga preso troppo sul serio, uscendo dalla dinamica del semplice gioco.
Nutkin prova un senso di superiorità nei confronti di Old Brown, poiché l’attrazione dell’indovinello consiste appunto nel dimostrare la capacità di dominare l’ambiguità che inerisce al linguaggio da parte di chi lo propone.
Tra un indovinello e l’altro Nutkin, invece di aiutare i suoi compagni, gioca in disparte, mentre tutti gli altri scoiattoli raccolgono nocciole per l’inverno. In questo particolare aspetto la favola ricorda la famosa cicala di Esopo protagonista de La Cicala e la Formica, che Beatrix conosceva sicuramente, avendo, nel 1919, progettato la stesura di un libro basato sulle favole di Esopo, adattando i testi di molte di esse e illustrandole.
A differenza di The Tale of Peter Rabbit, dove c’è un continuo avvicendarsi di climax e cali di tensione, in The Tale of Squirrel Nutkin l’intreccio si compone di situazioni piuttosto ripetitive e soltanto alla fine avremo, concentrati in un breve spazio, il climax e la risoluzione.
Ad un Nutkin particolarmente ciarliero e fastidioso, si contrappone un gufo particolarmente silenzioso. Lo scoiattolino approfitta in modo sempre più sfacciato dell’apparente indifferenza di Old Brown e diventa sempre più maleducato. Egli è però l’unico a non accorgersi dell’eloquenza dei silenzi del gufo, poiché il lettore si rende conto benissimo, ancora una volta aiutato dall’uso del linguaggio da parte dell’autrice, che il nervosismo di Old Brown diventa man mano più evidente e prelude sicuramente a qualcosa di grave.
La tensione cresce col crescere dell’insolenza di Nutkin e la reazione silenziosa, ma sempre più sdegnata, del gufo. Il lettore si aspetta che ad un certo punto, tutta questa calma apparente si trasformi in azione e soprattutto in punizione per l’impertinente Nutkin. E questa, immancabilmente, arriva.
Il finale si ricollega, esplicitandola, alla sineddoche iniziale, che accennava a una coda. Il lieto fine è assicurato: Nutkin riesce a scappare, ma purtroppo perde ciò che ha di più bello.
L’ultima parte della storia è volutamente comica, per ammortizzare la tensione precedentemente creata.
L’onomatopea conclusiva ha uno scopo equilibrante tra antropomorfismo e animalità intrinseca in ogni personaggio di Beatrix Potter. Se fino a poche righe prima Nutkin poteva essere considerato quasi un bimbo impertinente (non a caso, mentre leggevo la storia, ad un certo punto Bambino mi dice “Questo Nutkin assomiglia un po’ a me!”), il suo verso (animalesco) finale ci porta a considerarlo per ciò che veramente è: uno scoiattolo.

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