London guide

La scelta di portare Bambino a Londra aveva come scopo quello di avvicinarlo al mondo anglosassone prima di avere a che fare con l’inglese a scuola. Una lingua straniera si impara meglio se l’impatto con essa è positivo e passa attraverso l’incontro con la gente che la parla e il luogo in cui la si parla. Volevo che Bambino vivesse con l’inglese un impatto emotivo vero, reale,  prima che scolastico: volevo che imparasse ad amare l’inglese prima di apprenderlo da studente.

Devo dire che i soggiorni londinesi sono serviti allo scopo. Questo è il risultato.

Qui si è cimentato a ricopiare i nomi delle stazioni della metropolitana, un mese prima di andare a scuola ad imparare a leggere e scrivere in italiano.

Qui invece è impegnatissimo a segnare sulla cartina della città le fermate prima ancora di avere imparato la geografia e i punti cardinali.

Chi ritiene che viaggiando si imparano meglio le cose ha tutta la mia stima: è verissimo.

Poiché, però, l’impatto doveva essere assolutamente positivo, tutto doveva andare per il meglio. Devo dire però che un po’ di preoccupazione nel portare mio figlio che non aveva ancora compiuto i cinque anni a Londra, ce l’avevo.

Londra la conosco bene, ma andarci con Bambino significava dover rivedere la prospettiva di visita di una città con gli occhi di un cinquenne lo scorso anno, seienne quest’anno. Non potevo portarlo a caso qua e là: un bambino ha esigenze sue e di un viaggio vuole anche essere protagonista nel scegliere ciò che più gli interessa vedere.

Non ero preparata a girare per la “mia” Londra con Bambino: avevo bisogno di un aiuto, di una guida. E una guida ho comprato.

Ho passato alcuni giorni a scegliere quella adatta. Non amo le guide, infatti. Preferisco scoprire i luoghi da sola, o con l’aiuto degli autoctoni. Questa volta però dovevo pianificare e quindi era necessario l’acquisto. Doveva essere d’aiuto per scegliere l’itinerario, ma doveva anche avere altri due requisiti: a) essere di piacevole lettura b) doveva tornare utile al mio lavoro di insegnante (della serie: visto che mi costa un tot di euro, allora  deve essere come il maiale, non si deve buttare via niente!).

Ci ho messo un po’, come dicevo, ma poi ho travato ciò che cercavo. Si intitola London Unlocked, a Guide Book for Kids (Unlocked Guides).

Pratica da usare, recensisce un sacco di posti che si possono visitare con un bambino anche piccolo, ma con tanta voglia di scoprire.

I contenuti sono suddivisi per aree della città (central, north, south & east, west, Greenwich, Around London, Across London) e la sezione Top Five  dove in ogni pagina elenca i 5 posti fondamentali da visitare (negozi in cui fare shopping bambinesco, i mercatini, ristoranti child-friendly e così via).

Alla fine c’è anche un quiz che ho usato a scuola con Studenti che si sono divertiti a cercare le risposte in giro per il web.

Le ultime due pagine sono dedicate agli adulti (parents’ page): vi consiglio di leggerle insieme ai credits perché sono un concentrato di British humour che vale i soldi spesi.

Le pagine sono piene di informazioni di facile lettura, aneddoti e indicazioni su come pianificare le visite nei posti prescelti. Gli adesivi a forma di stellina che trovate nell’ultima pagina sono da attaccare negli appositi sticker scores presenti in ogni pagina e servono per esprimere il gradimento della visita nei vari posti (musei, parchi, aree…).

La guida è in inglese, ovviamente, ma in un inglese abbastanza semplice e accattivante (è stata scritta proprio per i bambini) che ne rende comprensibile la lettura anche a chi ha solo conoscenze della lingua a livello scolastico.

La guida ci ha accompagnato nel primo viaggio londinese di Bambino e poi anche nel secondo.

Se i Maya hanno sbagliato le previsioni, l’anno prossimo ci accompagnerà anche nel terzo.

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10 risposte a “London guide

  1. Sei stata davvero brava a preparare il viaggio a misura di Bambino come preludio dell’amore verso una cultura e una lingua.
    Dovremmo farlo tutti e sempre, così le vacanze si trasformerebbero davvero in un’occasione di crescita. Per non buttar via niente, appunto.
    E mi segno il nome della guida …

    • Il problema a scuola non è insegnare la lingua, ma far nascere la passione necessaria per apprenderla. E’ la parte più difficile per l’insegnante, ma imprescindibile dal suo compito: se non si riesce ad appassionare uno studente allo studio della lingua, fallisce sia l’apprendimento, sia l’insegnamento. Non so che insegnanti troverà Bambino nel suo percorso scolastico. Ho voluto così portarmi un po’ avanti…
      Un abbraccio,
      Monica

  2. Che bello e che nostalgia mi hai messo!!!
    Anche noi siamo stati a Londra la prima volta con i bambini quando avevano 8 e 5 anni. Abbiamo selezionato le cose da vedere tenendo conto degli interessi di tutti, così, oltre alle tappe tradizionali ed irrinunciabili (ci siamo trattenuti otto giorni, quindi quanto basta per fare le cose con calma e non si trattava della prima volta a Londra per me, quindi avendola già visitata da sola non avevo quella frenesia di veder tutto che a volte guasta il piacere) abbiamo fatto molte cose a misura di bambino. Una domanda per te. Non so se ho capito male, ma mi pare che il primo approccio di Bambino con la lingua inglese sia avvenuto in questo contesto. Hai pensato di crescere Bambino bilingue? Non sono ferrata in tema ma mi pare d’aver letto da qualche parte che non necessariamente si dev’ essere native speaking (si scrive così?) per far imparare una seconda lingua fin dalla nascita ai bambini. Un abbraccio,
    Michela

    • Mhmm…domanda difficile, che mi hanno fatto in molti, dalla nascita di Bambino. Ho visto molti post nei vari blog sul web (se non erro ce n’è addirittura una dedicato al tema) e sebbene molte sembrerebbero essere le esperienze positive di bilinguismo anche là dove il genitore non è native speaker, io in merito a questo mi sono lasciata guidare un po’ dall’istinto. In realtà da qualche parte avevo anche letto (ma non ricordo dove, né il passo esatto) uno scritto della psicologa Silvia Vegetti Finzi che diceva che per parlare al bambino, la madre deve usare la sua (della madre) lingua materna, affinché non venga meno la spontaneità delle conversazioni tra madre e figlio.
      Mi possa perdonare l’illustre psicologa se ho capito e/o citato male il suo pensiero, però a me non veniva spontaneo parlare in inglese a Bambino, né mi viene ora (forse sarà perché in base alla classificazione del bilinguismo, io mi rispecchio in una bilingue consecutiva e non ideale né simultanea, cioè ho acquisito un’ottima conoscenza della lingua inglese solo dopo avere acquisito la mia prima lingua, l’italiano). Una cosa però non mi è mai venuta spontanea in italiano, cantare le ninne nanne: le so solo in inglese visto che il lavoro sulla mia tesi di laurea ha lasciato un segno profondo, essendo l’opera di Beatrix Potter pregna di tutta una tradizione orale fatta di filastrocche e ninne nanne. Ho letto e riletto talmente tante volte le nursery rhymes che si sono fissate nella mia mente. E a Bambino cantavo quelle.
      E’ chiaro che, per motivi professionali e personali, l’inglese qui a casa è comunque una seconda lingua: amici inglesi che transitano a casa nostra, dvd visti in lingua originale e poi i soggiorni londinesi. Spesso, anche quando era più piccolo, Bambino è sempre stato naturalmente interessato all’inglese come se fosse una cosa normale per lui dover sapere certe cose, ma l’interesse è sempre nato spontaneamente in lui, senza mie forzature.
      Ora ha iniziato lo studi dell’ inglese alla scuola elementare. La sua maestra sembra brava, ha già fatto scrivere alcune frasi sul quaderno. Lui mi apre il quaderno, io guardo e leggo. Lui sorride e poi chiude il quaderno soddisfatto. Non ripete ciò che io ho letto e io non gli chiedo di ripetere. Rispetto quello che in linguistica è chiamato “momento di silenzio”, cioè il periodo in cui l’apprendente di seconda lingua preferisce ascoltare la L2 senza sentirsi obbligato a ripeterla (costringerlo sarebbe una forzatura, che a volte porta a blocchi difficili da rimuovere in seguito. Cerco di fare la stessa cosa anche a scuola, ma, ahimé, quando arrivano in prima media a volte il danno è già stato fatto ed è più difficile porvi rimedio).
      Come dicevo nel post, io cerco di lavorare sulla sua passione per la lingua e la cultura inglese, perché amarle significa desiderare di conoscerle e desiderare di conoscere una lingua significa creare tutte le condizioni affinché venga imparata al meglio. A prescindere da chi te la insegna.
      Un abbraccio,
      Monica

  3. Grazie Monica. Mi dai in questo modo conferma di quel che già pensavo e pure io avevo letto. Forse abbiamo in comune le stesse letture anche se neppure io ricordo se si tratta della Vegetti Finzi o qualcun altra al posto suo. Ricordo per certo però di aver letto da qualche parte, che la lingua madre possiede quella connotazione emotiva e quel calore, che neppure la conoscenza più profonda di una lingua straniera ti possono dare a meno che non si sia perfettamente bilingue. Sono d’accordo, come non potrei, sul fatto che ciò che conta è creare le migliori premesse affinché l’interesse possa essere coltivato in quanto autentico piacere.
    Un abbraccio anche da parte mia!

      • eh, allora: il viaggio emotivo è (era? è? boh!!) un blog che curavo (curo? eccetera) insieme a un’altra blogger. Un esperimento, diciamo (http://ilviaggioemotivo.blogspot.it/) che ora vive più che altro di segnalazioni di eventi/post in una apposita pagina facebook. Diciamo che ho postato questo post su quella pagina facebook, niente di ché! 😉
        Io ero più social un tempo. Ora che conosco meglio ho deciso che no. E non ho mai imparato a twittare, confesso! 😀

      • Ah ok! Domani con calma vado a vedere i post del blog, che oggi ho avuto una giornata piuttosto intensa.
        Neanche io twitto; non facebooko e non whatsappo. In questo momento poi neppure bloggo! Ma , finiranno gli esami prima o poi… Almeno per quest’anno, visto che gli esami non finiscono mai! 😉

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