The book is on the table

La festa dei morti e quella di Hallowe’en sono appena passate, ma vorrei restare in argomento per parlare in modo più completo di un libro a me caro.  Ne ho accennato in un post precedente: la lettura del primo capitolo di The Witches è sempre un successo a scuola. Molti studenti alla fine della lezione vengono poi a chiedermi gli estremi per acquistare il libro in italiano (per uno studente delle medie il libro in inglese è troppo difficile da leggere senza la mediazione di una persona che conosca bene la lingua).

The Witches non è solo il mio libro di Dahl preferito, ma è il mio libro preferito in assoluto. Il libro che ho letto mille mila volte e che ho acquistato per non so quanti figli di amici.

Gli ingredienti per fare di The Witches un libro che terrà impegnati anche i fans di Harry Potter fino alla fine della storia ci sono tutti. D’altra parte, l’autore, prima ancora della Rowling, sapeva bene che i ragazzi amano ciò che ha a che fare col misterioso, il mitico, il magico e il pauroso.

E’ la storia, come molte storie di Dahl, di un bambino (come Danny, Charlie, Matilda…) che diventerà un eroe e come tutti gli eroi si guadagnerà il suo happy ending solo dopo aver percorso un tortuoso e pericoloso cammino, che lo porterà a trovarsi diverso alla fine della storia. Ma dopo avere sconfitto niente meno  the Grand High Witch, la strega suprema, ed essere riuscito a salvare i bambini d’Inghilterra, nel finale la sua “trasfigurazione”(per citare Propp) sarà una trasformazione vera e propria in “qualcosa” d’altro, che aiuterà il protagonista a crescere e liberarsi della sua principale paura: quella di perdere la persona che ama e doversi separare da lei (che è poi la paura di tutti, bambini e adulti).

Come già Erica Jong aveva ben scritto in una recensione del libro nel 1983, The Witches è “anche una parabola sulla paura della morte e della separazione”. Il protagonista è un orfano (scusate la divagazione: Ms Rowling! This already rings a bell!*) che ha già subito il dolore della morte e quindi della separazione dai genitori a causa di un incidente stradale e per questo all’inizio della storia lo troviamo affidato a una nonna un po’ fuori dagli schemi che fuma il sigaro ed è un’esperta di streghe. La morte entra subito, prepotentemente nella storia e la sua presenza rimane per tutto lo svolgimento dell’intreccio, soprattutto perché è sempre “appiccicata” all’antagonista, il cattivo (anzi, la cattiva: “A witch is always a woman”, dice l’autore): la strega, che viene addirittura presentata prima del protagonista stesso.

All’inizio è una strega generica, che, come le sue consorelle sparse per il mondo, ha un solo pensiero fisso (“To get rid of the children in her particular territory” – liberarsi per sempre dei bambini che vivono nel suo particolare territorio) e che è più temibile delle streghe dell’iconografia classica, perché assomiglia alle donne comuni, quelle che i bambini incontrano tutti i giorni sul bus, al supermercato o a scuola (!). In seguito sarà la Grand High Witch, l’essere orrendo che si rivela al nostro eroe in tutta la sua mostruosità dopo essersi tolta il travestimento da deliziosa signora, relatrice alla conferenza della (finta) Associazione per la Prevenzione Contro la Crudeltà nei Confronti dei Bambini, che altro non era che un vero e proprio sabba di streghe, riunite per mettere a punto un diabolico piano, in mezzo al quale il povero bambino si trova intrappolato.

Il tema della morte si ripresenta poi alla fine della storia, ma  il finale da fiaba classica (happy, ovviamente)  fa sì che esso venga edulcorato e reso meno temibile dalla elaborazione che il nostro eroe ne ha fatto lungo il suo cammino. L’eroe bambino si ritrova trasformato in un esserino che non vivrà più a lungo di quanto vivrà la nonna, ma proprio questo gli permetterà di non doversi confrontare ancora una volta con il tragico destino del vedere morire la persona che lui ama e dalla quale è amato profondamente, costretto a provare di nuovo il dolore della separazione. E qui la storia finisce col rivelarsi una fiaba che parla dell’amore universale.

Consapevoli del fatto che saranno sempre uniti nel tempo anche da un punto di vista strettamente cronologico (cosa che per quanto innaturale possa sembrare, la fiaba di Dahl riesce a rendere naturalissima grazie alla poesia che scaturisce dalla penna dello scrittore in questo finale inaspettato e dolcissimo), nonna e nipotino vanno incontro a un nuovo modo di volersi bene e accomunati dalla forza di questo grande amore si prepareranno ad una nuova titanica missione: liberare tutto il mondo dalle odiate streghe.

Non consiglio la lettura a bambini troppo piccoli (io e Bambino, che ha sei anni, abbiamo già letto gran parte delle storie di Dahl, ma non questa ancora), ma ai più grandicelli sicuramente.

Stupende le illustrazioni di Quentin Blake, che ha egregiamente illustrato la maggior parte dei libri di Dahl e che resta uno dei miei illustratori preferiti (ma vi invito a leggere anche i suoi libri: Mr Magnoglia è stato un must delle letture della buonanotte per mesi!).

* L’espressione “to ring a bell” significa “dire / far tornare alla mente qualcosa”. Faccio ancora una citazione dall’inizio di The Witches dove il protagonista parla dell’incidente che ha causato la morte dei suoi genitori. “My parents were killed.   I  […] received only a cut on the forehead.”

Lettori di Harry Potter, doesn’t it ring a bell?!? 😉

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2 risposte a “The book is on the table

  1. Dahl è stato il nostro personaggio del mese su Zebuk, è davvero delizoso: ammetto onestamente che conoscevo solo il suo titolo più famoso, vedi a volte le insane vie tortuose della vita. A presto!

    • E’ la sfortuna di Dahl nel nostro paese: essere conosciuto solo in piccolissima parte. Eppure è uno tra i più straordinari autori di letteratura per ragazzi. I lettori di Harry Potter poi, si stupirebbero tantissimo nel vedere quanto Dahl c’è nei libri della Rowling (e a volte nemmeno un po’ rielaborato…)!!! Grazie per la visita, ma ora voglio il banner nicchione!!! 😉

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