Birth…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’avvicinarsi della fatidica data del mio compleanno ha fatto partire, in modalità random, una serie di riflessioni.

Pensando alla mia nascita, ho realizzato il fatto che mia madre non mi ha mai raccontato il suo parto. Ne ha parlato sempre in termini molto riduttivi, evidenziando soprattutto il dolore provato e liquidandolo in poche parole, per lo più espressioni dialettali. Sembra quasi averlo subito, in solitudine, mentre i medici, le ostetriche, le infermiere erano come ombre cinesi nella sala parto e i parenti, mio padre compreso, erano come ombre cinesi in sala d’attesa; tutti lì solo per aspettare che mia madre finisse di fare il suo dovere di primipara ventiduenne.

Io del mio parto invece ne parlo spesso. Ogni volta che se ne presenta l’occasione, mi dilungo nel ricordo meraviglioso di quello che molte donne vivono come un’esperienza negativa, o quantomeno limitante, in quanto ho avuto Bambino con parto cesareo.

Non ho provato la gioia delle acque che all’improvviso inondano stanze e pensieri, dell’estasi di travagli brevi o lunghi un giorno e mezzo, delle doglie, del sudore, del respiro che viene meno insieme a tutta la teoria della respirazione dei corsi pre-parto, delle spinte che vengono quando non devi spingere e viceversa, delle ostetriche che ti dicono brava-forza-spingi-ancora-poco-e-ci-siamo, del marito che sviene e piange e ride (non sempre in quest’ordine) alla vista della testolina che spunta da “là sotto” e che inebetito taglia poi il cordone ombelicale.

Il mio parto però è stato dolce e bellissimo lo stesso. L’anestesista, un medico gentile e pacato, mi ha parlato con calma, mi ha raccontato di come mi avrebbe sedata dalla pancia in giù, rassicurandomi che sarei stata cosciente e partecipe, seppur poco attiva. Sono stata portata in sala parto da infermiere garbate che mi hanno tenuta fra le braccia durante l’iniezione e il dolore, giuro, io non l’ho sentito o, tra le coccole ricevute, davvero non lo ricordo.

Il mio ginecologo (caro amico di famiglia) era con me e ha svolto l’operazione, assistito da una giovane ostetrica dalla voce allegra e da un assistente. Ricordo di avere sentito il solletico del bisturi che tagliava la fessura nella pelle che avrebbe portato alla luce il mio bambino e il ginecologo dire che non era neppure più in posizione podalica, ma a mezzaluna con i piedi sulla mia milza e la testa dalla parte opposta (più o meno). Bella l’immagine del mio bimbo rannicchiato dentro di me a mezzaluna.

Da qualche parte sono poi riusciti ad afferrarlo e io sentivo tutto questo movimentare e mi sono veramente immaginata come una lavatrice dalla quale si tirano fuori i panni ben lavati (mettiamola così: tre chili e mezzo di pieno carico dopo la centrifuga!), ricordo persino di avere mentalmente sentito il profumo del bucato umido, fresco, pulito e pronto da stendere. E’ la prima immagine olfattiva del mio bambino.

Non ricordo di averlo sentito piangere, ma Marito, che era fuori ad attendere nella saletta antistante la sala parto lo ha sentito eccome. Ricordo di avere chiesto come mai non piangesse e mille voci all’unisono  mi hanno rassicurata sul pianto.

Poi eccolo, Bambino, sollevato sopra al lenzuolo che separava la mia parte sveglia da quella addormentata per farmelo vedere: a mezzaluna, fra le braccia del dottore che mi diceva: “Caspita è la fotocopia di tuo marito!” e io, ridendo e piangendo pensavo “Lo avevo già notato dalle ecografie!” (PS: è tutt’ora la fotocopia di mio marito!).

Poi l’infermiera che me lo porta accanto, nudo, tutto ricoperto di una patina biancastra e appiccicaticcia. Lo bacio mille volte e mi sento la persona più felice del mondo.

Mi sono sempre sentita accudita, coccolata, vezzeggiata. Ogni tanto l’anestesista mi chiedeva come stavo, il mio ginecologo e l’assistente parlavano del nuovo punto di sutura “a X” e io che pensavo che no, non si dice “a X”, si dice “punto croce” e immaginavo una paperetta di quelle che si ricamano sulle bavagliette per bambini con filo di cotone giallo intrecciato in tante crocettine una accanto all’altra sul mio ventre.

Due ore dopo ero in stanza, senza neppure accorgermi di avere un qualcosa di liquido che entrava nelle mie braccia, perché tra le mie braccia avevo già il mio bambino da allattare.

La mattina dopo ero già in piedi e dopo tre giorni dal parto sono tornata a casa. Mai un dolore, né fisico né morale. La cicatrice si vede a malapena, solo se davanti allo specchio la cerco guardando attentamente per ricordarmi che quello è l’indelebile segno del mio essere diventata madre.

Il mio cesareo è stato programmato a causa di alcuni problemi che avrebbero reso l’esito di un parto naturale un’incognita per me e per Bambino; non l’ho scelto, non me l’hanno imposto: è semplicemente andata così e non ho visto il motivo per farne un dramma. Non mi sono sentita meno donna o meno mamma. Mi sono sentita, come tutte le madri del mondo dovrebbero sentirsi: parte di un miracolo.

Questo post contribuisce, nel suo piccolo, alla condivisione delle esperienze nei commenti al post di Jessica.

Annunci

9 risposte a “Birth…

  1. Pingback: …and birthdays. | The book, the cat and the table.·

  2. Non ho mai raccontato nei dettagli il mio parto, eppure lo ricordo in modo positivo nonostante le 12 ore di travaglio. Prima o poi lo farò.
    Il tuo è un resoconto dolce e pieno di accoglienza, sono ricordi unici.
    Ma quale sarebbe la fatidica data del compleanno? 🙂

  3. Grazie, un racconto dolcissimo, lo condivido con grande riconoscenza. Anch’io non ne avevo mai parlato, come Marzia, e non avevo nemmeno pensato di farlo, ma mi rendo conto che questa condivisione mi sta aiutando infinitamente, grazie ai vostri racconti, ad affrontare nel modo più disponibile il secondo che arriverà l’estate con la mia seocnda bambina ❤ Grazie…

    • Tutte le volte che mi capitava di leggere di un parto cesareo era in termini negativi. La mamma si sentiva meno mamma, o meno donna, o meno tutte e due… Lo trovavo terribile, perché credo sia solo una visione culturale distorta. Una mamma è meravigliosa in quanto donna e in quanto mamma nella misura in cui accudisce e ama i figli a prescindere da tutto il resto.
      La condivisione delle esperienze positive aiuta il rafforzamento della sorellanza fra donne che spesso viene a mancare. Ho notato che nessun uomo chiede mai a una donna se ha allattato il suo bambino o se lo ha avuto con parto cesareo o naturale. Sono le donne a chiedertelo sempre e a giudicarti in base a schemi secondo me sbagliati. Sovente noi donne siamo le nostre peggiori nemiche.

  4. Ciao… avevo letto questa risposta e mi ha richiesto un po’ di tempo per pensarci, perché anch’io trovo spesso poca ‘sorellanza’ là dove più me l’aspetterei (cito sempre la fila al supermercato con duenne e pancione e donne in fila che si lamentano se la cassiera dà la precedenza…) però credo che in questo siamo solo ‘portatrici’ inconsapevoli della cultura più ampia, che in modo subdolo affida proprio a noi questa funzione… Penso così ad esempio sul controllo del corpo… ‘sei ingrassata dimagrita’… che ce lo diciamo a fare?! Ancora lo devo capire 🙂 Ho scritto un post la scorsa estate, sconcertata da due ragazzine in spiaggia… mi fa piacere se mi dai il tuo parere (http://www.babytalk.it/wordpress/preadolescenti-sotto-lombrellone-tra-cruciverba-e-anoressia/)!

    • Il post che hai scritto è bellissimo e pieno di spunti di riflessione.
      Insegno nella scuola media: di piccole donne ne vedo tante e sento spesso i loro discorsi sul confronto fra corpi. Le vedo arrivare a scuola acqua e sapone per poi tramutarsi in aliene con mascara e rossetti improbabili, dopo qualche uscita ai servizi prima dell’intervallo. Le vedo ogni anno più fragili, ogni anno più vittime dei modelli culturali a cui vengono sottoposte, confrontate, contrapposte.
      Ai compleanni delle seienni compagne di scuola di Bambino io regalo libri, ma loro sono sommerse di rossetti al sapore di finta frutta , smalti per unghie invece che scatole di acquerelli, scarpette con tacchi (a sei anni??? mi sono detta la prima volta che le ho viste e ho quasi rimpianto i tempi in cui alle bambine si regalavano le piccole assi da stiro col piccolo ferro da stiro giocattolo o il mini-kit della pulizia con piccolo spazzolone, piccola scopa, piccola paletta).
      Alle mie studentesse di terza media consiglio di trovare il tempo per andarsi a vedere su youtube, tra un video di Clio makeup e uno degli One Direction, il documentario “Il corpo delle donne”.
      Il mio è anche un ambiente di lavoro dove di donne ne girano tante, ma di sorellanza ne gira poca. Si è persa una complicità fra donne che serviva a crescere.
      Mi chiedo quanta colpa abbia la televisione e i modelli che propone, ma soprattutto mi chiedo quanta colpa abbiano i fruitori di questa televisione, rivolta per lo più a donne.
      Non ci sono speranze? Dipende dai punti di vista. Da quando ho spento la televisione e ho cominciato a vagare per la blogosfera ho ritrovato una dimensione che sembrava perduta: ho ritrovato donne capaci di mettersi in discussione, donne capaci di darsi una vicendevole mano nelle avversità, donne che hanno ritrovato la gioia del condividere e la speranza nelle parole di altre donne. Questo piccolo esercito di donne meravigliose che non hanno i nomi delle eroine delle fiction, ma si chiamano Marzia, Jessica o Barbara, (solo per citare alcuni nomi) sono là fuori nel mondo, non banalmente chiuse tra i quattro lati dello schermo, e loro sono l’esempio per i loro figli e le loro figlie (gli adulti di domani), ma anche per altre donne e uomini che hanno la sensibilità di fermarsi a leggerle e interiorizzarle. Fondendo alcune citazioni celebri, concludo con queste parole: cerchiamo di essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, proponiamoci grandi esempi da imitare, piuttosto che vani sistemi da seguire perché l’esempio non è la cosa che influisce di più sugli altri: è l’unica cosa.
      Un abbraccio,
      Monica

  5. Mi ha colpito molto questo tuo articolo, in senso positivo, intendo! Le mie esperienze di parto (entrambe raccontate nel blog) sono state entrambe molto forti, un cesareo d’urgenza la prima, un parto in casa (VBAC) la seconda. Subito il primo, fortemente voluto il secondo. Decisamente il mio primo parto non è stato dolce, non l’ho scelto e non l’avrei fatto, mi ci sono ritrovata mio malgrado… Personalmente ne parlo negativamente lo faccio non in quanto mi sia sentita sminuita nell’essere madre o donna, ma proprio per il trattamento ricevuto. Non tanto la ferita esterna mi pesava, quanto quella emotiva.

    • Capisco. E’ spesso così: la ferita emotiva è profonda e lascia cicatrici più visibili.
      Ho raccontato la mia esperienza affinché possa essere un aiuto per le future mamme che dovranno affrontare un cesareo, atteso o meno, per poter dire loro che a volte le cose, per fortuna, possono andare direttamente.
      Un abbraccio,
      Monica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...