School time

school stuff

Poco tempo fa, questo post di Marzia, che mi tocca da vicino, perché è difficile dare risposte a domande forti come le sue, soprattutto se le persone coinvolte le conosci.
Non so quante bozze di commento ho scritto e poi buttato via. Non che ultimamente riesca troppo a concentrarmi sulla blogosfera, visto che la vita off-line reclama il 99% delle mie energie e attenzioni. Ma una risposta dovevo pur provare a darla.
Molto tempo fa lessi su un blog le riflessioni di un’altra mamma che riteneva la scuola (pubblica) colpevole di livellare tutto e, peggio ancora, verso il basso. La sua idea (utopistica) era quella di una Scuola simile ad una scuola di coro o a una scuola calcio, dove si richiede agli allievi di tendere a modelli di eccellenza e senza lesinare gli sforzi.
Provo a dare una risposta a Marzia qui, in questo mio spazio, autocitandomi e riprendendo (più o meno) le parole del mio commento all’articolo della mamma della Scuola-modello-scuola-di-coro.
Sarebbe bello dire ai genitori dei nostri alunni che noi insegnanti della Scuola (media, nel mio caso) faremo di tutto, nei tre anni, per tendere all’eccellenza peculiare di ciascuno, per vedere gli sforzi degli allievi premiati da uno standard di qualità dell’apprendimento ottimale. Ma dobbiamo essere realisti. Lasciamo perdere le scuole di calcio, per favore, verso le quali nutro seri pregiudizi, e parliamo pure delle scuole di coro. In una scuola di coro si raggiungono eccellenze, vero, ma non si iscrivono certo quelli stonati. O quelli a cui cantare non piace e/o preferiscono calciare palle. O quelli che hanno problemi all’apparato fonatorio. O quelli che hanno problemi di udito. O quelli che non riescono a leggere le note perché hanno un disturbo specifico dell’apprendimento serio. O gli iperattivi che fanno cadere il leggio ogni 3 secondi muovendosi in modo scomposto. O quelli che a due anni sapevano già suonare come Mozart.
Nella Scuola, invece, devono andare tutti quelli in età da scuola dell’obbligo. A prescindere. Ora: certo a Scuola ci vanno quelli che adorano passare le loro ore sui libri a imparare date, nomi, nozioni. Ma non sono gli unici.
Ci sono anche gli altri. Ci sono quelli meno abili e quelli che alla decima volta che spieghi come si scrive una frase al present continuous si accasciano sul banco, uccisi dalla noia mortale della ripetitività di alcune lezioni.
Cosa facciamo di loro? Possiamo relegarli in un angolo per spolverarli ogni tanto? No. Noi li consideriamo tutti nostri alunni. E proviamo a farli collaborare fra loro, a integrarli. Integrare significa ritagliare anche compromessi. Nessuno ha, nella scuola dell’obbligo, un/una insegnante personale. Non c’è il precettore, nelle classi (non nelle mie, ahimé…). Ci sono classi formate da 29/30 alunni e io sono la loro insegnante. L’unica che hanno. L’unica per tutti. Io non posso livellare il mio insegnamento verso l’eccellenza. E non posso neppure livellarlo verso il nulla. Mi porto a casa un buon risultato livellando verso una soddisfacente via di mezzo, dove può anche capitare di trovare la/le virtù.
Io non insegno l’inglese uguale per tutti. Io sono un giocoliere che a volte ammalia il suo pubblico con numeri di alta giocoleria, a volte lo annoia un po’ con lo stesso numero trito e ritrito, ma spesso butta le palline colorate agli spettatori e li fa diventare protagonisti dello show.
Io cerco di dare strumenti affinché i miei studenti si appassionino alla lingua che insegno per interiorizzarla, farla propria Ciascuno secondo i suoi bisogni, presenti e futuri. Attenzione, però, non facciamoci illusioni: io sono il giocoliere, ma il Mangiafuoco mi richiama all’ordine e mi chiede di differenziare la programmazione in base ai bisogni educativi speciali, ma mi dice anche che tutti devono arrivare ad obiettivi minimi prefissati e far parte della media dei bambini “che sono tutti come te, che stanno in fila per tre, che sono bravi e che non piangono mai”. Mi dice che durante l’anno devo fare programmazioni personalizzate per tutti, ma mi mette 28 alunni per classe e in fila per tre non ci stanno. Il Mangiafuoco mi dice che devo fare programmazioni personalizzate per tutti, che tengano conto delle capacità di ognuno, affinché l’apprendimento sia un processo dell’individuo, basato sulle sue effettive potenzialità, ma poi mi dice che ogni alunno l’esame finale lo fa uguale a tutti gli altri alunni, altrimenti come si fa a capire se ha imparato come tutti gli altri? E se non basta l’esame finale, il Mangiafuoco si inventa anche delle prove uguali per tutti tuttissimi in tutta tuttissima Italia, così abbiamo un’idea di come, in media, gli alunni italiani hanno appreso ciò che la Scuola ha loro insegnato.
Da quarant’anni la scuola (quella fatta dagli insegnanti) non punta verso il basso. Da quarant’anni la scuola pubblica viene tartassata, depauperata delle risorse necessarie, lasciata soffocare lentamente da politiche che privilegiano altro.
Vorrei che ogni tanto chi, per forza o necessità, passa per la scuola pubblica a guardare dalla finestra quello che succede dentro, standone fuori, si soffermasse a pensare che anche noi insegnanti siamo persone e non numeri e non macchine. E come persone abbiamo diritto al rispetto e al non-livellamento verso il basso. Siamo persone, non sagome senza volto e soprattutto senza anima. Siamo spesso quelli che ascoltano voci di figli, i nostri alunni, che là fuori gli altri hanno smesso o hanno finto di ascoltare. Siamo quelli che cercano di prepararli alla (loro) vita. A volte fornendo loro nozioni, a volte fornendo merende che i genitori distratti si sono dimenticati di dar loro.
Più spesso, siamo quelli che forniscono ai loro figli, i nostri alunni, conoscenze e competenze, sebbene (a volte) in formato di “stretto indispensabile”, affinché tutti, secondo le capacità individuali, possano prendere ciò che noi insegniamo e farselo bastare, oppure renderlo il punto di partenza per ulteriori approfondimenti personali.

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4 risposte a “School time

  1. Monica, sì, ti credo, credo a tutto quello che hai scritto, e si vede che son parole che ti escono dal cuore…ma ho letto pure il post di Marzia e ne sono rimasta commossa, e l’ammiro per come incoraggia suo figlio. Magari uno solo dei miei genitori si fosse preoccupato di far questo! Avrei tanto voluto che fossero contro gli insegnanti, contro la media, e che ascoltassero solo ME! Gli insegnanti non lo possono fare, ma i genitori sì; i genitori devono incoraggiare l’unicità dei loro figli e non considerarli come parte di un gruppo e di un progetto. Un abbraccio

    • Carissima Graziana,
      il post di Marzia ha commosso anche me. Alex è un ragazzino straordinario con la capacità di guardarti negli occhi e di vederti come sei, senza nessun tipo di filtro. E’ questo che scoraggia gli sciocchi che si rapportano a lui. Lui è anni luce avanti a tutti e tutto e sono sicura che un giorno “arriverà là” dove tutti magari aspirano ad arrivare senza raggiungere il traguardo. Perché il ragazzino è in davvero gifted nel senso più pieno e positivo del termine. Lui sa. Siamo noi altri a dover imparare. Io, a bambini come lui, auguro una scuola che sappia non solo insegnare, ma soprattutto imparare, anche da lui perché di cose da insegnarci Alex ne ha tante, solo che ai più manca l’umiltà di stare ad ascoltare ciò che lui ha da dire.
      Per rispondere al tuo commento, ti dico che i genitori, come tu affermi, hanno il dovere di incoraggiare i loro figli, ma perché per farlo devono dare contro agli insegnanti?
      Noi non siamo responsabili dell’eventuale appiattimento, noi ne siamo vittime tanto quanto i nostri alunni.
      Come fai a dare un insegnamento di qualità quando non hai a disposizione neppure una televisione per la classe intera scuola? Come fai a far emergere le eccellenze in classi pollaio di 28 alunni ammassati in aule da 22?
      Si è poi mai sentito parlare di sostegno alla classe in cui uno o più alunni sono gifted nel senso della plusdotazione? Noi siamo fortunati se non ci tagliano gli insegnanti di sostegno per i bambini con disabilità gravi…
      I genitori non dovrebbero essere contro gli insegnanti, ma contro chi ha fatto di questo Paese una repubblica delle banane in materia di istruzione pubblica. Le politiche per la scuola non mirano a livellare verso il basso, ma allo sfacelo. Poi però siamo noi insegnanti a metterci la faccia. I genitori vengono da noi a portare le loro speranze, le delusioni, le rabbie, le domande. Spesso noi le risposte, però, non le abbiamo.
      E il genitore che va via senza risposte alle sue domande (sacrosante domande, eh…!) alla fine, non trovando altri interlocutori, se la prende con noi. Ma noi non abbiamo bisogno di altri nemici, abbiamo invece bisogno di alleati per combattere le nostre battaglie per avere una scuola migliore.
      Nessuno è perfetto, ma insieme si può fare molta strada. Io credo ancora in una buona scuola pubblica. E’ qui, nascosta in mezzo al fango che le è stato gettato addosso negli ultimi decenni. Basterebbe darle un soffio di fiato e riprenderà vita. Per farlo, però, bisognerebbe unire le nostre solitudini, senza pregiudizi o preconcetti. Se il fine ultimo è il bene degli studenti, allora è meglio camminare insieme verso quella direzione.
      Ci sentiamo spesso soli, noi insegnanti. Siamo soli, non contro tutti, ma con tutti contro. Da un lato le politiche illogiche, dall’altro le schiere di arrabbiati che ci prendono come capri espiatori. Siamo soli, lasciati in campo a combattere battaglie perse. Non è vittimismo, il mio, perché le vittime, si sa, sono altri.
      Un abbraccio,
      Monica

  2. Sai, non pensavo di aver scritto qualcosa che potesse risultare “contro” gli insegnanti, in verità il peso della media lo sento molto più da altre parti. Ho sempre avuto grande rispetto per chi decide di insegnare, io non sarei in grado di farlo, e ho iniziato il percorso scolastico di mio figlio animata dal massimo rispetto. Ho ascoltato e seguito consigli, sono stata in disparte, fidandomi. Ma ho sbagliato e immagino di portare ancora i segni degli anni dell’asilo, quando avrei dovuto ascoltare molto di più me e il malessere di mio figlio e meno le maestre che non erano all’altezza del loro ruolo e non erano abbastanza disponibili per collaborare, per stare dalla nostra stessa parte. Quel ricordo mi vincola molto più di quello che pensavo, immagino.
    Adesso vivo una realtà diversa e – come raccontavo nel post – accade più spesso di sentire che siano i genitori a mettere paletti agli insegnanti, a non consentire alcuna sperimentazione o tentativo di uscire dalle logiche della comune didattica. Io li vedo i vostri Mangiafuoco, sono tanti e sono quasi impossibili da ignorare, me ne rendo conto. Così come so bene che una classe di 30 ragazzi messi insieme dal caso, non possa essere gestito come un’orchestra. Lo hai descritto perfettamente tu, niente da aggiungere.
    Ma esiste un modo di collaborare con il confronto sincero e onesto? Come uniamo queste solitudini? Perché se è vero che il primo capro espiatorio dei mali della nostra scuola sono ingiustamente gli insegnanti, altrettanto vero è che davanti ad una difficoltà del bambino sul banco degli imputati ci sale il genitore, io l’ho vissuto in prima persona e ci soffro ancora.
    Adesso ciò che provo a fare è parlare col cuore in mano con la maestra di Alex e chiederle aiuto per quanto sia in suo potere e volere fare, vuol dire provare a trovare insieme una soluzione che faccia stare meglio mio figlio. Non è certo “colpa” sua se noi viviamo una diversità, ci mancherebbe, ma grazie a lei l’abbiamo già vissuta molto meglio che in passato e qualcosa sicuramente faremo ancora. Insieme.
    Hai perfettamente ragione a dire che bisogna vedersi come rotelle dello stesso ingranaggio, e che occorrerebbe arrivare al cuore del motore per trovare una soluzione, inutile scannarci tra noi.
    Tu sei un’insegnante speciale, sai quanto più della media tu garantisci ai tuoi studenti e sai quanto ti ammiro per questo. E io sono diventata una mamma per forza “sopra la media”, non lo sarei stata con un figlio diverso e ne sono consapevole.
    Ora occorre trovare il modo di sfruttare i nostri talenti per fare in modo di regalare un mondo più equo ai nostri figli, in cui possano davvero essere ciò che meglio sanno essere. Utopia, forse. Ma conoscere qualcuno che va avanti a far bene il suo lavoro nella scuola – nonostante le regole folli della nostra scuola – mi rende molto più fiduciosa.
    Grazie per la risposta 🙂

    • Risposta velocissima, poi quando ho un po’ di tempo a disposizione riprendo il commento e ti do una risposta più adeguata.
      Non sei tu che hai detto di essere contro gli insegnanti.
      Mi riferivo alla frase di Graziana (commento precedente) che diceva: “Magari uno solo dei miei genitori si fosse preoccupato di far questo! Avrei tanto voluto che fossero contro gli insegnanti, contro la media, e che ascoltassero solo ME!”.
      Comunque ho capito cosa intendeva Graziana, quindi: no offence taken. 😉
      Torno, eh, aspetta fiduciosa

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